Nel 2025, in Italia, più di 600 persone hanno perso la vita sul luogo di lavoro solo nei primi sette mesi dell’anno. Una media che toglie il fiato: quasi tre vittime al giorno.
Non è un’emergenza. È un sintomo cronico.
Dietro a ogni numero c’è una storia vera: un ponte crollato, una caduta dall’alto, un macchinario in movimento senza protezioni, un rischio noto ignorato per abitudine o urgenza.
E dietro ogni storia, c’è quasi sempre una filiera di fallimenti: tecnici, organizzativi, decisionali.
Come HSE Manager, non possiamo più limitarci a leggere questi dati come se fossero “altro” da noi. Analizzarli con metodo, comprenderne le cause e proporre misure di mitigazione concrete è parte essenziale della nostra responsabilità.
Questo articolo nasce da qui.
Dalla volontà di andare oltre l’indignazione, e guardare con occhi tecnici, analitici e operativi al fenomeno delle morti sul lavoro in Italia.
Vedremo insieme:
- Quali sono le cause ricorrenti dietro gli incidenti mortali;
- Quali settori e contesti presentano le correlazioni più critiche;
- Come impostare misure efficaci di mitigazione e indicatori di sorveglianza HSE realistici.
Perché ogni incidente mortale è un fallimento di sistema.
E ogni HSE Manager, oggi, è chiamato a progettare un cambiamento che sia misurabile, concreto, tracciabile.
Morti sul lavoro in Italia: trend e dati aggiornati (gennaio – luglio 2025)
L’analisi quantitativa delle morti sul lavoro è il punto di partenza per ogni valutazione tecnico-preventiva. Non si tratta solo di “fare i conti”, ma di identificare pattern ricorrenti, settori a rischio sistemico e dinamiche che sfuggono alla sola lettura del dato aggregato.
Dati aggiornati (gen–lug 2025)
Secondo l’Osservatorio Vega, in Italia si registrano 607 vittime: 437 in occasione di lavoro e 170 in itinere (+5,2% vs 2024). Dati provvisori e soggetti ad aggiornamento. Fonte: elaborazioni su dati INAIL.
Un dato in peggioramento rispetto allo stesso periodo del 2024, che registrava 574 vittime: un incremento dell’5,7%.
I settori più colpiti
L’analisi per settore conferma criticità ormai strutturali:
| Settore economico | Decessi (in occasione di lavoro, semestrale 2025) | Note / Ranking* |
|---|---|---|
| Costruzioni (Edilizia) | 53 vittime | Settore con maggior numero di decessi confermati (diario-prevenzione.it) |
| Attività manifatturiere | 50 | Secondo posto confermato dalle fonti (diario-prevenzione.it) |
| Trasporti e Logistica | 47 | Terzo settore più colpito nei dati Vega (diario-prevenzione.it) |
| Commercio | 38 | Settore con meno decessi rispetto ai primi tre ma significativo (diario-prevenzione.it) |
Il comparto edile si conferma il settore con la maggiore incidenza di eventi mortali, spesso legati a cadute dall’alto, crolli, contatti con mezzi meccanici in movimento.
Distribuzione geografica: le Regioni con più vittime
L’analisi territoriale mostra una maggiore concentrazione di decessi nel Nord Italia, ma l’incidenza in rapporto al numero di occupati è più elevata nel Sud.
| Regione | Numero decessi | Incidenza (morti / milione di occupati) |
|---|---|---|
| Lombardia | 85 | 16 |
| Veneto | 61 | 18 |
| Emilia-Romagna | 56 | 19 |
| Sicilia | 48 | 25 |
| Campania | 45 | 22 |
La Sicilia e la Campania, pur con meno decessi assoluti rispetto al Nord, presentano un’incidenza più elevata, che segnala un problema di cultura della sicurezza e strutture organizzative più fragili.
Fasce d’età e mansioni più a rischio
Il report INAIL conferma due elementi critici ricorrenti:
- Oltre il 50% dei decessi riguarda lavoratori over 50, con un picco nella fascia 55–64 anni.
Questo dato è particolarmente significativo in settori fisicamente usuranti come l’edilizia, l’agricoltura e la logistica. - Le mansioni operative (manovali, autotrasportatori, operatori di macchine e attrezzature, addetti alla manutenzione) rappresentano la quasi totalità dei casi.
Il livello di rischio mortale aumenta esponenzialmente in assenza di:- formazione specifica,
- supervisione tecnica,
- corretta gestione delle interferenze di cantiere.
Quando avvengono più decessi? Orari e dinamiche
La fascia oraria più critica è quella tra le 9:00 e le 13:00, quando il ritmo lavorativo è massimo e si registrano:
- i maggiori picchi di esposizione ai rischi tecnici e meccanici;
- un calo dell’attenzione dovuto a turni prolungati o scarso recupero;
- in molti casi, l’assenza di una pianificazione giornaliera chiara, con briefing di sicurezza efficaci.
Non secondaria, infine, la componente in itinere, che nel 2025 rappresenta oltre il 22% dei casi totali. Le cause principali includono:
- assenza di piani spostamento casa-lavoro in azienda;
- utilizzo di mezzi privati in zone non illuminate o non sicure;
- mancanza di coordinamento su orari, navette, mezzi condivisi.
Cosa ci dicono questi dati?
- Le morti sul lavoro non sono eventi casuali.
Sono spesso il risultato di combinazioni sistemiche tra età, tipo di mansione, settore, orario e condizioni operative. - Serve un cambio di paradigma:
non basta analizzare i singoli eventi, occorre studiare i modelli ricorrenti di rischio per intervenire a monte, prima dell’incidente.
Incidenti mortali sul lavoro: le vere cause non stanno solo nei DPI
Quando si parla di morti sul lavoro, si tende ancora a ridurre tutto a un errore umano o a un DPI non indossato. Ma chi lavora sul campo sa che le cause reali sono sistemiche, intrecciate tra progettazione, cultura organizzativa, filiere di appalto, procedure e comportamenti.
Ogni incidente mortale è quasi sempre l’effetto finale di una catena di concause.
1. Fattori organizzativi
Nel 70% dei casi mortali analizzati da INAIL e dai principali Osservatori regionali, emerge almeno una di queste debolezze strutturali:
- Procedure formalmente presenti ma non applicate (gap tra sistema documentale e realtà);
- Assenza di un coordinamento efficace tra imprese (DUVRI nominali, PSC non aggiornati, mancanza di walkaround preventivi);
- Mancato coinvolgimento dei preposti e dei capisquadra nella gestione della sicurezza operativa;
- Turnazioni mal gestite, con carichi di lavoro eccessivi, sovrapposizione di attività, scarsa tracciabilità degli orari effettivi.
Un cantiere può anche avere tutti i documenti in regola, ma se le informazioni non arrivano “a terra”, il rischio non è mai sotto controllo.
2. Fattori tecnici e progettuali
La progettazione HSE è ancora spesso relegata a una fase separata, anziché essere integrata nel ciclo di progetto. Questo porta a situazioni come:
- Accessi in quota non protetti, con lavoratori esposti a cadute senza linee vita temporanee;
- Impianti elettrici o meccanici attivati durante lavorazioni, per mancanza di lockout/tagout reali;
- Zone promiscue e trafficate, senza percorsi pedonali separati o segnaletica effettivamente visibile.
Questi elementi, spesso trascurati, non sono anomalie: sono difetti di progettazione e gestione tecnica, non di comportamento individuale.
3. Fattori comportamentali
Quando si attribuisce un incidente a una “disattenzione” o alla “non conformità di un lavoratore”, si sta leggendo solo l’effetto finale visibile.
Dietro ogni comportamento rischioso ci sono:
- assenza di leadership sulla sicurezza nei ruoli intermedi;
- mancanza di formazione esperienziale, sostituita da corsi generici o FAD inefficaci;
- assenza di feedback correttivi in cantiere, che fa passare il messaggio: “così si è sempre fatto”.
Il comportamento non conforme non è la causa, ma il sintomo di una cultura organizzativa carente o passiva.
Una vera indagine sulle cause di un incidente mortale dovrebbe sempre partire da questa domanda:
“Cosa è mancato a livello di sistema, perché il comportamento errato sia diventato possibile e normale?”
Incidenti mortali: quali correlazioni?
Una delle sfide più grandi per chi si occupa di sicurezza è riconoscere i pattern. Gli infortuni mortali non sono eventi imprevedibili. Seguono dinamiche ricorrenti, tracciabili, spesso documentate anche nei DVR o nei verbali di sopralluogo. Eppure, vengono sottovalutate fino a quando non è troppo tardi.
Questa sezione mette in luce alcune correlazioni critiche emerse dall’analisi degli incidenti mortali in Italia nel 2024–2025.
1. Filiera lunga + assenza di supervisione = rischio sistemico
I casi più gravi si verificano spesso in presenza di:
- appalti e subappalti multipli,
- distacchi di personale non coordinati,
- assenza di un presidio reale sul campo.
Quando nessuno presidia la sicurezza operativa tra le 8:00 e le 18:00, ogni rischio latente può diventare incidente.
2. Attività critiche + fretta / urgenza = errori decisionali
Molti incidenti avvengono quando attività ad alta esposizione (es. lavori in quota, scavi, manutenzioni elettriche) sono inserite in fasi finali o “fuori programma”, spesso per rientrare nei tempi.
- La pressione del cronoprogramma spinge a “chiudere un occhio”.
- Le procedure diventano un ostacolo, non uno strumento.
- Il briefing diventa opzionale.
Correlazione frequente: più il lavoro è in ritardo, più sale il rischio che la sicurezza venga compressa.
3. Lavoratori fragili + assenza di cultura = zero percezione del rischio
Un altro dato che ritorna è il coinvolgimento di lavoratori in condizioni di fragilità:
- neoassunti senza esperienza reale sul campo,
- stranieri con barriere linguistiche,
- over 60 con limitazioni fisiche non dichiarate.
Quando questi lavoratori non sono inseriti in un contesto che li protegge e li responsabilizza, il rischio esplode.
E non parliamo di “colpe personali” ma di assenza di onboarding culturale e tecnico reale, con linguaggi comprensibili, tutoraggio, affiancamento, vigilanza attiva.
4. DPI presenti + mancata cultura dell’uso = falsa sicurezza
In molti casi mortali, il DPI c’era. Ma non era indossato correttamente, oppure non era idoneo al tipo di rischio. Questo dimostra che la dotazione tecnica da sola non basta. Serve un sistema che trasformi i DPI in comportamenti consolidati, non in alibi aziendali.
| Correlazione osservata | Descrizione sintetica | Esito ricorrente |
|---|---|---|
| Subappalto non coordinato + assenza preposto | Nessuno verifica i requisiti minimi di sicurezza | Infortunio in autonomia operativa |
| Attività critica + pressione temporale | L’urgenza prevale sulla procedura | Incidenti in fase di chiusura lavori |
| Operatore fragile + assenza onboarding | Nessuna formazione reale, rischio non percepito | Uso errato di attrezzature / DPI |
| DPI forniti + zero vigilanza | DPI disponibili ma non utilizzati correttamente | Protezione inefficace / incidente |
Cosa impariamo da queste correlazioni
Ogni HSE Manager dovrebbe chiedersi:
- Le dinamiche del mio cantiere rientrano in uno di questi scenari?
- Il PSC, il DUVRI, le check list pre-job… servono davvero o restano sulla carta?
- Ho sistemi di early warning comportamentale (es. osservazioni BBS, feedback anonimi, audit partecipativi)?
La cultura della sicurezza si costruisce anche decodificando queste correlazioni. Solo così possiamo progettare misure preventive davvero efficaci, che colpiscano il problema all’origine, non solo quando è già accaduto.
Misure di mitigazione: cosa serve (davvero) per ridurre i morti sul lavoro
Le statistiche non bastano. I report non bastano. Nemmeno i corsi di formazione, da soli, bastano.
Se vogliamo davvero invertire la curva dei morti sul lavoro, occorre cambiare l’approccio sistemico, adottando misure che agiscano sulle vere leve del rischio: organizzazione, percezione, leadership, controllo.
Vediamo quali sono le misure di mitigazione realmente efficaci, validate da esperienze dirette e da evidenze tecniche.
1. Integrare il rischio grave/mortale nel piano lavori, non solo nel DVR
Troppo spesso, nei progetti tecnici o nei cantieri, la sicurezza viene trattata a compartimenti stagni.
Soluzione: Integrazione operativa del rischio HSE nel cronoprogramma, nelle WBS, nei momenti di verifica operativa.
Esempi pratici:
- Inserire i lavori in quota come milestone critiche, con momenti dedicati alla verifica dei requisiti anticaduta.
- Pianificare le attività interferenti con una matrice tempistica che evidenzi sovrapposizioni e necessità di coordinamento reale.
- Prevedere “punti di controllo” HSE durante il ciclo di vita del progetto (es. chiusura fase scavi → audit, verifica pre-ripristino).
2. Rafforzare la leadership operativa HSE (non solo la formazione)
La formazione è necessaria, ma non è sufficiente.
Senza una cultura di leadership diffusa tra capicantiere, preposti e PM, ogni formazione rimane “a monte” e non genera comportamento sul campo.
Soluzione: Avviare percorsi di coaching sicurezza per ruoli intermedi e azioni che creano ownership, come:
- Coinvolgimento dei preposti nella redazione delle checklist di verifica.
- Audit comportamentali condivisi tra HSE e Capocantiere.
- Analisi degli incidenti mancati (near miss) con il personale operativo, senza giudizio ma in ottica di apprendimento.
Scopri come possiamo costruirla insieme
3. Usare indicatori HSE “anticipatori”, non solo statistici
Gli indicatori classici (frequenza, gravità, ore perse) fotografano il passato.
Ma per prevenire, servono indicatori predittivi, cioè segnali che permettano di agire prima dell’evento.
Soluzione: introdurre nel sistema HSE indicatori leading come:
- % briefing realmente effettuati (con check visivo).
- % DPI indossati correttamente nelle osservazioni settimanali.
- % attività a rischio svolte con supervisione attiva.
- N. osservazioni positive/migliorative raccolte ogni mese.
Questo approccio non solo consente un monitoraggio attivo, ma rafforza la cultura della segnalazione e trasforma i lavoratori in sensori di rischio.
Gli indicatori proposti in questo articolo (briefing effettuati, osservazioni comportamentali, near miss segnalati, % DPI indossati) sono da intendersi come indicatori gestionali e predittivi, utili al monitoraggio interno. Non sostituiscono gli indici ufficiali INAIL (frequenza, gravità, incidenza), ma li integrano con una logica preventiva.
4. Tracciare e condividere i near miss in modo sistematico
I near miss sono la cartina tornasole della sicurezza reale: se non vengono segnalati, significa che la cultura è assente o passiva.
Idea progettuale: Creare una piattaforma interna o modulo semplificato per la segnalazione anonima di comportamenti, situazioni, eventi potenzialmente pericolosi.
Importante: associare alle segnalazioni una restituzione visibile:
- segnalazione della settimana,
- aggiornamento della “top 5 criticità” nel quadro cantiere,
- intervento migliorativo documentato e comunicato.
5. Rafforzare i presìdi in cantiere: vigilanza reale, non solo documentale
Troppi incidenti avvengono quando “nessuno guarda”: pause pranzo, cambi turno, fine giornata.
Soluzione: presenza reale e attiva del preposto, con rotazioni, affiancamento e checklist dinamiche da aggiornare in tempo reale (es. con app o moduli digitali semplificati).
Il preposto non è solo “quello che firma”: è il primo deterrente e facilitatore della sicurezza comportamentale.
| Misura di mitigazione | Focus operativo | Impatto atteso |
|---|---|---|
| Integrazione HSE nel piano lavori | Organizzazione temporale dei rischi | Riduzione sovrapposizioni e interferenze |
| Leadership operativa diffusa | Coinvolgimento preposti, PM, capisquadra | Aumento ownership e vigilanza continua |
| Indicatori leading HSE | Monitoraggio predittivo e comportamentale | Prevenzione proattiva dei rischi |
| Gestione strutturata near miss | Cultura della segnalazione e apprendimento | Anticipazione criticità nascoste |
| Supervisione attiva dei preposti | Presenza in campo, affiancamento, verifica | Riduzione incidenti fuori controllo |
Il cambio di approccio sistemico
I numeri delle morti sul lavoro nel 2025 non sono un’eccezione. Sono il riflesso di un sistema che ancora fatica a mettere la sicurezza al centro delle decisioni tecniche, organizzative e progettuali.
Troppo spesso si interviene dopo: dopo l’incidente, dopo il verbale, dopo la segnalazione.
Ma chi ha davvero un ruolo operativo sa che la vera prevenzione inizia prima: nei briefing, nella programmazione, nella formazione esperienziale, nella gestione degli appalti, nella scelta dei fornitori, nei micro-rituali quotidiani.
Cosa ci portiamo a casa, come professionisti HSE?
- Che la sicurezza non è un documento firmato, ma un comportamento facilitato.
- Che gli indicatori contano, ma solo se portano a decisioni operative.
- Che la leadership sulla sicurezza deve appartenere a tutta la linea di comando, non solo all’HSE.
- Che nessuna procedura scritta ha valore, se non è vissuta, discussa, interiorizzata.
La sfida non è solo ridurre gli incidenti. È trasformare la sicurezza in un’abitudine collettiva, integrata nei progetti, nei cantieri, nelle riunioni, nelle scelte.
La tua voce conta
Se lavori in cantiere, in progettazione, in appalto o ti occupi di gestione della sicurezza sul lavoro, raccontami la tua esperienza.
- Qual è secondo te l’anello più debole nella filiera della prevenzione?
- Quale azione concreta ha fatto la differenza nel tuo contesto?
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Apriamo una discussione seria, concreta e operativa.
Perché ogni morte sul lavoro è un segnale che non possiamo più ignorare.
Metodologia e fonti
I dati riportati in questo articolo provengono da note mensili INAIL e da elaborazioni dell’Osservatorio Vega Engineering. È importante sottolineare che:
- I dati INAIL hanno natura provvisoria e vengono consolidati nei mesi successivi;
- Viene fatta distinzione tra infortuni mortali in occasione di lavoro e in itinere (tragitto casa–lavoro);
- Alcune elaborazioni possono escludere categorie particolari come studenti o casi non ancora classificati, per fornire indicatori più omogenei.
Differenze tra le fonti sono quindi fisiologiche e vanno lette come complementari: l’INAIL rappresenta il dato ufficiale, mentre osservatori indipendenti come Vega evidenziano pattern e correlazioni utili alla prevenzione.
Fonte dati: INAIL, Vega Engineering, PuntoSicuro.

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